«Per me sarebbe auspicabile un'amnistia in senso sportivo, non penale». Le parole sono del pm di Cremona Di Martino, titolare dell’inchiesta Last Bet. E hanno lasciato il segno.

Un messaggio neanche troppo velato al collega della Procura federale Stefano Palazzi. «Un azione simile - è il parere del pm - potrebbe consentire un chiarimento e permettere al calcio di ripartire da zero senza provocare danni». Ma a guardare bene, non è lui l’unico destinatario di questa presa di posizione.

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La notizia è passata quasi inosservata, i più probabilmente non l'hanno nemmeno vista, accecati dalle, per ora, notti magiche europee: l'inchiesta sulla morte di Marco Pantani è stata finalmente archiviata, nessun omicidio, nessun colpevole, nessun complotto.

Che pace sia dunque per il Pirata, per i genitori e per tutti i suoi sinceri ammiratori.

Ma più di tutto speriamo mettano il cuore in pace gli avvoltoi senza scrupoli che, sulle deboli spalle di un uomo, hanno vomitato addosso tutta la loro morbosa sete di scandalo e scoop.

Tali processi, lungi dal purificare l'immagine di un uomo, ne hanno sviscerato ogni singolo aspetto, spulciando tra i ricordi e la vita privata, addentrandosi nell'uomo alla ricerca di qualche indizio con cui modificare la realtà per proprio diletto o tornaconto.

È tempo di lasciare riposare in pace un uomo, un corridore figlio del suo tempo.

Quel tempo in cui il ciclismo ha deciso di abbandonare il romanticismo, la poesia, il senso di mettere alla prova i propri limiti. Quel tempo in cui il ciclismo ha fatto entrare i soldi, quelli veri, tanti, ed è coinciso con l'entrata della farmaceutica, quella vera, quella che altera non solo la prestazione sportiva, ma anche le caratteristiche fisiche delle persone che la assumono.

In quel tempo il ciclismo ha superato ogni limite atletico ma soprattutto morale: non si guardava più in faccia a nessuno, contava solo vincere, se vincevi venivi considerato eroe, se perdevi venivi deriso e disprezzato.

Pantani era dentro questo sistema maledetto, ha scelto di sporcarsi le mani, ha scelto di rischiare e di mettersi in gioco, come chi scrive ha scelto che non ne valeva la pena e ha preferito fumarsi uno spinello ogni tanto piuttosto di riempirsi le vene con porcherie chimiche. Pantani sapeva a che gioco stava giocando, sapeva i rischi sportivi di quello che stava facendo. Sapeva che oltre al doping c'era il giro di scommesse clandestine, sapeva che le corse si compravano e si vendevano.

Quello che non sapeva probabilmente era che non avrebbe avuto la forza di sopportare il gioco al massacro a cui è stato sottoposto una volta scaricato dal sistema. Marco non ha retto questo, il circo creato attorno alla sua figura e al suo mito, quello che quando tutto va bene ti fa sentire dio, ma quando la ruota gira ti fa diventare il bersaglio delle freccette.

E allora ammettiamolo, rendiamolo umano quest'uomo fortissimo in bicicletta e così debole, delicato nella vita. Accettiamo il fatto che avesse deciso di stare alle regole del gioco che prevedevano l'abuso sistematico di sostanze dopanti per  migliorare le prestazioni sportive. Come tutti in quei giorni così falsamente leggendari.

Accettiamo che il crollo del castello attorno a lui lo abbia portato a cercare conforto nella polverina bianca (peraltro molto in voga nell'ambiente, oltre che nella società tutta, in quegli anni). Accettiamo il fatto che era un uomo con le proprie debolezze e difficoltà.

Fare questo non significa disprezzarlo. Significa volergli bene renderlo un uomo vero e non una leggenda, finta, lontana dalla realtà.

Fare questo significa inoltre voler bene ad uno sport capace come pochi di emozionare.

Perchè, fino a quando non si ammetterà che in quel tempo tutto era lecito, tutti si facevano e soprattutto tutti sapevano e tacevano, non ci sarà redenzione, non ci sarà credibilità, nè per Marco nè per il ciclismo.

Da oggi abbiamo una possibilità in più:  è morta una leggenda, diamo spazio alla verità.

@ChrisPeverieri

Tempo di raccolta delle olive, tempo di olio. Guardando le persone che si arrampicano sull'albero, pensi a un tempo antico, a sapori genuini che arrivano da ciò che sembrava perso.

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Il doping, a seconda di come lo guardi, ha diverse letture. Può essere una truffa, un business, l’unica rivincita, una scorciatoia, un rischio per la salute, insomma è un tema complesso, che cambia a seconda di chi è lo spettatore.

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Una notizia scioccante, la velocista giamaicana Veronica Campbell-Brown è risultata positiva a un controllo anti-doping. La notizia fa il giro del mondo perché costei è campionessa del mondo e due volte medaglia d’oro alle olimpiadi. Capisco che si dia la notizia, ma perché definirla uno shock? La Giamaica ha avuto da tanti anni buoni velocisti, come molte isole caraibiche che mandano gli atleti miglioria perfezionarsi negli Stati Uniti, dove risiedono i migliori velocisti al mondo, e per i quali credo che le sostanze dopanti vengano messe anche nei cereali. Non vorrei sbagliare, ma esiste una linea di cereali per futuri campioni, che ha, nell’elenco dei valori nutrizionali e delle vitamine possedute anche creatina, ormone della crescita e qualcosa d’altro. Non è vero che esiste, ma avrebbe sicuramente successo. Comunque la Giamaica all’improvviso domina: cento metri maschili e femminili, duecento metri maschili e femminili, staffette maschili e femminili. Cosa sarà successo?

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Riccò

Volevamo segnalarvi un articolo estratto da Repubblica del giornalista Eugenio Capodacqua.

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Carlo Petrini al Festival di Sherwood

E’ una serata calda dello scorso giugno. Sono al telefono con Carlo quando mi confida che di lì a una decina di giorni si dovrà sottoporre a un delicato intervento alla testa. Mi ripete che è una cosa che deve fare ma non sa poi, dopo l’intervento, cosa succederà. E mi dice: “Perché non vieni a farmi una bella intervista? Un video. Sai, non so come andrà questo intervento, e mi piacerebbe farla con una persona di cui mi fido. Ne ho fatte tante, è vero, ma tutte hanno omesso delle cose, hanno tagliato pezzi che invece avevano una loro importanza per me, e questo non mi sta bene”.

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Mentre Roberto Mancini riapre un anacronistico dibattito sulla presenza o meno degli oriundi nella Nazionale italiana di calcio, arriva la notizia dell'inizio dell'iter di approvazione di una proposta di legge sulla cittadinanza sportiva per i figli dei migranti nati in Italia o arrivati nel nostro paese entro i 10 anni d'età. Si tratta di un provvedimento presentato da alcuni parlamentari nel gennaio 2014 e che, dopo la relazione favorevole della relativa commissione in dicembre, ha ricevuto la “benedizione” da parte del Governo attraverso un tweet del sottosegretario Del Rio.

Il contenuto di questa proposta prevede che per i figli dei migranti nati in Italia o arrivati in Italia entro i 10 anni, “possono essere tesserati a società sportive appartenenti a federazioni nazionali o alle discipline associate o presso enti o associazioni di promozione sportiva con le stesse procedure previste per il tesseramento dei cittadini italiani”. E' una svolta storica.

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E' ormai da troppo tempo che nel nostro paese si discute sulla cittadinanza da conferire ai bambini nati da genitori stranieri su suolo italiano. Il dibattito aperto è  sul cosiddetto "ius sanguinis" (diritto di cittadinanza per sangue) e "ius soli" (diritto di cittadinanza in base al Paese di nascita). Un discorso ampio e molto delicato, affrontato con modalità diverse dai diversi Paesi del mondo. Storicamente, mentre nel Regno Unito e in Irlanda era originariamente applicato lo ius soli, il resto dell’Europa viene tra una tradizione di ius sanguinis, per motivi legati sia alla tradizione giuridica del diritto civile che all’esperienza prevalente di emigrazione. Dagli anni Settanta, si sta assistendo però a una generale revisione delle norme, con la sempre più diffusa applicazione di regimi misti che accostano allo ius sanguinis elementi di ius soli.

In italia invece come funziona? 

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