Evitando la solita cantilena sullo stadio come laboratorio di repressione sociale, che sposiamo in toto ma avendone già parlato abbondantemente accantoniamo per un attimo, giusto per praticità, andiamo a vedere quelli che sono i provvedimenti contenuti nel decreto sulla  “sicurezza negli stadi” deliberato al Senato. Sicurezza imposta a colpi di Taser, quindi si può già intuire di cosa si tratta.

 

Ma andiamo per ordine.

Grande novità, la sicurezza, sempre lei: negli stadi da ora saranno le società a sostenerne le spese. O almeno così si dice. Chi ospita l’evento dovrà cedere una quota dell’incasso, che va da 1 a 3 % dell’incasso. A fare gli ironici, visti gli stadi vuoti, dovrebbero chiederle agli abbonati delle pay tv se davvero vogliono rientrare con le spese.

Inasprite le pene sulla frode sportiva. Vengono consentite intercettazioni per i sospetti e chi viene beccato rischia fino a nove anni di carcere. Insomma la questione si farebbe seria se non fosse che poi le inchieste durano decenni, si perdono e spesso le procure non sono all’altezza del compito. Le organizzazioni malavitose che gestiscono questi affari hanno affinato i sistemi e  non è facile portare a giudizio qualcuno. Poi ci sono le rogatorie internazionali e tutto ciò di cui si legge quando escono notizie sul tema che rallentano oltremodo le indagini. Ma la cosa che realmente non capisco essendomi occupato di scommesse nel passato come si può davvero pensare di sconfiggere questo fenomeno che è più radicato di quanto si pensa, in questo modo. Ci sono società di calcio, non solo calciatori, che in questo sono particolarmente attive eppure si fa finta di nulla. Si è sempre scelto di colpire i giocatori e mai le società. E non intendo i tre o nove punti di penalizzazione poi puntualmente revocati o ridotti. Le società si salvano sempre. Nel calcio c’è la stessa gente da sempre,  un mondo super chiuso, blindato dove nessuno sembra sapere mai nulla. 

Il blocco delle trasferte non è una novità assoluta anche se da ora le cose possono decisamente cambiare. In peggio. Ma chi sarà a decidere quali sono i comportamenti gravi e quali no? Se ne sono viste di tutti i colori in questi anni. Se l’idea di punire l’insulto razzista sfocia nella “discriminazione territoriale” è ovvio che posta così la questione diventa ridicola. Ma altresì fa pensare che l’unica volta che gli ultras hanno fatto davvero fronte unito sia stato per avere il diritto a insultarsi. Sta di fatto che questa mannaia posta sopra i gruppi ultras provocherà di sicuro reazioni, immagino da subito. Il contrario dell'effetto che un provvedimento di questo tipo dovrebbe comportare.

Sul Taser alla polizia non vorrei spendere troppe parole. So di certo che è più facile che si usi un’arma se la si possiede, anzichenò. E il Taser, che se ne dica, è un’arma. Può essere anche letale se usata in un certo modo. Chiaramente nel decreto è specificato che la “polizia dovrà agire con le necessarie cautele e per la salute e secondo i principi di precauzione”.

L’arresto differito è un altro degli aspetti più critici di questo provvedimento. In pratica sia per cori impropri che per esibizione di striscioni offensivi si può essere arrestati dopo riconoscimento dovuto all’analisi delle immagini. Si comincia dalle manifestazioni sportive per arrivare poi a quelle non sportive. Ma questo avevamo detto che non dovevamo dirlo, anche perché tanto già lo fanno…

Sui Daspo di gruppo poi si sono scatenati. Si va dall’interdizione dagli stadi all’arresto. Vale anche in caso di "cattiva condotta" all’estero. Anche qui c’è poco da dire se non che il pacchetto è completo.

Insomma non c'è un solo provvedimento che sia propositivo. Al contrario sono ricattatori e repressivi. Si rende poi ancora più complicato acquistare il biglietto per la partita se non si risiede qui o li. Insomma nulla di attrattivo all'orizzonte.

Detto tutto questo l’unica riflessione che mi viene da fare potrà forse sembrare poco pertinente; è nelle librerie il nuovo romanzo di David Peace (quello di “Maledetto United”), che racconta l’epopea del Liverpool col suo “Red or Dead”. La storia di Bill Shankly e i suoi ragazzi con i quali ha vissuto inevitabilmente gioie e dolori. Assaporati i trionfi più grandi ma anche le più cocenti delle sconfitte. Il libro trasuda dei sapori di quell’Inghilterra e di quel calcio. Sono gli anni sessanta. C’è il fango, tantissimo fango, c’è il pallone che spesso proprio da questo è rallentato. Poi ci sono le maglie rosse e quelle delle squadre avversarie. Ma soprattutto c’è il pubblico, la gente. Una volta sono trentaquattromiladuecentotre, un’altra sono quarantaquattromilaseicentoventuno. Ma quella gente, “la gente del Liverpool” come dice il mitico coach Shankly, sono il Liverpool.

Ecco, un consiglio che darei a chi pensa di potere decidere come e dove va il calcio di fare in modo che negli stadi tornino le persone. Che ricomincino a essere luogo di passione, di tifo e di condivisione. Luoghi di e per la gente. Come quelli di Liverpool. Come quelli dell’Anfield Road di Liverpool.

Dopotutto il calcio, non dovrebbe essere "di chi lo ama"?