di Davide Drago

Come ogni anno arriva l'otto marzo, giornata carica di eventi, di manifestazioni e anche di feste. C'è chi si ricorda della donna e dei problemi di genere soltanto per le “feste comandate” o quando balzano agli onori della cronaca, c'è chi lo fa ogni giorno con le proprie pratiche politiche. Il prossimo otto marzo la marea femminista tornerà nelle strade di tutto il mondo con lo sciopero globale delle donne. Il rifiuto della violenza maschile in tutte le sue forme e la rabbia di chi non vuole esserne vittima si trasformeranno in un grido comune: da #metoo a #wetoogether.

Sarà uno sciopero femminista, per una trasformazione radicale della società, si scenderà per le strade contro la violenza economica, la precarietà e le discriminazioni. 

L’esperienza delle donne curde è senza dubbio il modello attuale che ci dice che l'alternativa al modello di società capitalista può esistere e quello è il modello a cui dobbiamo guardare. Esse hanno contribuito ad una proposta di liberazione delle donne, rompendo il tabù della militanza femminile, recuperando il concetto di legittima difesa, dissociandosi dal monopolio del potere da parte dello Stato, combattendo una forza brutale non per conto di forze imperialiste, ma al fine di stabilire i propri termini di liberazione dalle organizzazioni statali o fasciste. Una lotta che ha creato spirito di libertà e voglia di resistenza non solo a livello militare, ma anche nella coscienza sociale.

 

Anche nel mondo dello sport la donna deve liberarsi dalla violenza economica, dalla precarietà e dalle discriminazioni.

 

Le donne italiane per legge sono di fatto ai margini anche per quanto riguarda lo sport: in pochi sanno infatti che con la legge 91 del 1981 alle donne è impedito il professionismo sportivo. Questo vuol dire che indipendentemente dal loro livello tecnico e agonistico, e malgrado il fatto che lo sport sia per loro la prima fonte di reddito, le donne sono definite ‘dilettanti’. Ciò implica che nessuna atleta può godere di alcuna tutela occupazionale, previdenziale e di protezione in caso di maternità, nonostante le atlete donne siano parte integrante del sistema economico del nostro Paese, in un settore che produce circa il 3% del Pil.

 

Le differenze di genere nel mondo dello sport, e nella società in senso più ampio, partono da molto lontano e non sono legate soltanto ad aspetti economici, sono altresì decodificate attraverso l’uso di stereotipi che veicolano un’immagine rigida e semplificata della realtà. Il contenuto degli stereotipi è ancorato alla divisione dei ruoli e dipinge, ad esempio, la donna come un essere amorevole, sensibile, e l’uomo come un individuo sicuro e determinato, adatto alla leadership.

 

Gli stereotipi non risparmiano neanche il rapporto tra sport e differenze di genere. Lo sport offre un terreno fertile per i falsi miti. Siamo ad esempio convinti che le donne siano meno inclini a praticare certi sport.

 

Così come esistono giochi per bambine e giochi per bambini, esistono sport da maschi e sport da femmine e da questo ne consegue che ognuno di noi è inevitabilmente indirizzato ad uno sport non in base alle proprie inclinazioni, ma in base a standard sociali.

 

In realtà non esistono sport da bambini e sport da bambine, esiste semplicemente sport. Il fatto che le prestazioni fisiche delle donne non siano paragonabili a quelle maschili non le esclude a priori da nessuna disciplina sportiva1.

 

Alle disparità culturali si aggiungono quelle materiali. Mediamente i guadagni delle atlete sono inferiori di circa il 30% rispetto a quelli dei loro colleghi uomini. Esistono ancora le clausole anti-maternitàche, in alcune realtà, le atlete sono costrette a firmare pena l’esclusione dalla società di interesse. In questo modo queste donne vedono davanti ai propri occhi sfumarsi la possibilità di avere una carriera e, al contempo, la possibilità (se lo volessero) di diventare mamme. 

 

Un primo importante obiettivo è stato raggiunto lo scorso dicembre, infatti alla Camera è stata approvata la legge per cui le mamme-atlete potranno d’ora in poi usufruire di un fondo a tutela della maternità. Un risultato storico per tutte le atlete che con la gravidanza hanno sempre messo a repentaglio la loro carriera agonistica e la loro stabilità economica.

 

Da quest'anno verrà stanziato un fondo di 2 milioni di euro, destinato a crescere, per aiutare economicamente tutte le atlete che che diventeranno madri. Sì, perché diventare mamma è un diritto e deve essere vissuto serenamente dall’inizio alla fine.

 

Questo è un primo importante passo verso una grande conquista nel mondo dello sport in rosa, ma la vera svolta tarda ad arrivare. Sono tante le realtà sportive che stanno lottando duramente affinché qualcosa cambi. Prima fra tutte l'associazione nazionale atlete (ASSIST) che dal marzo del 2000 si propone di tutelare e rappresentare i diritti collettivi delle atlete. Tante sono le realtà dello sport popolare che negli ultimi anni si sono impegnate ad informare, creare campagne e portare nei campi da gioco e negli spalti messaggi che sottolineino l'importanza della parità di diritti nello sport. La strada è lunga e difficile, ma il sentiero è già ben tracciato.

 

1M. Testai, Sport e differenze di genere: i falsi miti da cui liberarsi, in Lenius, 21 agosto 2014,