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Recensione del documentario "The Workers Cup"

di Teo Molin Fop

Tra i titoli proposti da “Mondovisioni”,la rassegna della rivista “Internazionale”, c'è anche “The Workers cup” (Regno Unito, 2017), diretto da Adam Sobel. Si tratta di un documentario, che racconta del torneo di calcio organizzato dal comitato promotore dei Mondiali del Qatar 2022, a cui partecipano 24 squadre composte dagli operai delle imprese costruttrici impiegate nei cantieri infrastrutturali nel paese qatariota.

In particolare si segue il percorso dei lavoratori migranti dell'azienda GCC, si raccontano le loro storie, le loro aspettative e soprattutto si riesce a descrivere (in parte) le condizioni di schiavitù, a cui sono sottoposti.

Dar loro voce e far conoscere il sistema qatariota di sfruttamento dei lavoratori migranti è sicuramente il merito di questo documentario, oltre a dare molti spunti di riflessioni su cosa si nasconda dietro la preparazione e la gestione dei grandi eventi sportivi come possono essere i mondiali di calcio o le olimpiadi.

Fin dall'assegnazione avvenuta ormai più di sette anni fa, Qatar 2022 ha creato molte polemiche, sia per i forti sospetti di corruzione dei vertici del calcio connessi a questa scelta, sia perchè saranno i primi mondiali che si disputeranno in inverno, dal 21 novembre al 18 dicembre, andando ad incidere pesantemente sull'organizzazione dei campionati nazionali e delle coppe internazionali.

Tuttavia la questione principale è un'altra: per la FIFA conta di più la pioggia di petrodollari della monarchia assoluta qatariota o il rispetto dei diritti umani e le condizioni di vita di 1,6 milioni di operai indiani, nepalesi ed africani impiegati nei lavori in vista del mondiale?

Nel 2015 un articolo del Washington Post denunciò che erano già morti 1.200 operai nei cantieri, a causa di turni massacranti di lavoro sotto 50 gradi e della totale assenza di diritti e tutele. E' difficile stabilire con precisione l'attuale numero delle vittime, a causa della mancanza di informazioni ufficiali governative a tal punto che la monarchia del Qatar all'epoca replicò che “nemmeno una vita è andata persa” in riferimento ai mondiali del 2022.

Vari rapporti di Ong, Amnesty International e dell'ITUC, la Confederazione Sindacale internazionale, hanno duramente criticato il kafala, ossia quel sistema praticamente feudale, per cui un lavoratore non può cambiare lavoro o uscire dal Qatar senza il permesso del proprio datore di lavoro.

Sono state riportate testimonianze di maltrattamenti e clima di intimidazione verso chi ha, ad esempio, “osato” lamentarsi per il pagamento in ritardo dello stipendio (in alcuni casi stimato a 1 euro all'ora).

Nel paese con il PIL pro capite più alto al mondo, la cittadinanza si ottiene quasi esclusivamente per via ereditaria e solo il 10% della popolazione è di nazionalità qatariota. Di conseguenza il restante 90% vive in una situazione di apartheid sia giuridico che fisico, infatti gli operai vengono ammassati in campi composti da strutture fatiscenti al di fuori delle zone residenziali ed ad esempio viene loro negato di entrare nei centri commerciali nel weekend.

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In questo contesto di schiavitù, fa un po' strano vedere nel documentario questi operai giocare a calcio con la maglia dell'azienda e i loro datori di lavoro nelle vesti di comprensivi allenatori e dirigenti sportivi. E' curioso poi come l'unica rivendicazione “sindacale” avanzata dai lavoratori sia quella di potersi allenare per una settimana per poter vincere il torneo, che forse, non essendo autorganizzato dal basso dagli operai, dovrebbe chiamarsi “Corporations Cup” e non “Workers Cup”.

Se da una parte è evidente che la partecipazione a questo torneo diventi l'unica forma di svago e riscatto per queste persone sfruttate ogni giorno, dall'altra però diventano funzionali ad un'operazione di marketing e di “work washing” da parte di queste aziende. Non a caso, nel documentario un dirigente del personale della GCC spiega come, nonostante far allenare i ragazzi costi 27.500 dollari, la partecipazione alla “Workers Cup” sia un investimento, perchè “nei giornali nepalesi si parla dei nepalesi che giocano nella Coppa Operaia. Di conseguenza, le persone o gli agenti che ingaggiano operai per noi, in Nepal ed India, presenteranno la Gulf Contracting come una grande azienda qatariota, riportano le buone condizioni di lavoro, quindi loro saranno felici di assumere per noi. Questo significa per noi profitto”.