Pontida, il pratone dello storico raduno antimeridionale e razzista, il "sacro suolo" dove per anni si è tenuto quel grottesco rito di celebrazione di una strana e indefinita razza settentrionale... proprio lì stiamo andando con musica, allegria e tanta cultura terrona per liberare la cittadina padana dallo stigma razzista che da quasi trent'anni le pesa sulla testa!

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La squadra interetnica attaccata in un confronto amatoriale con la Real Fac Marano. Gargiulo (presidente Afro-Napoli) chiede l'intervento di FCS e FIGC

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Ho continuato a guardare i siti web con crescente sorpresa . Possibile che non avesse detto niente? Nemmeno una battuta facile, una di quelle che ti fanno piegare dal ridere.

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La squadra multietnica Afro-Napoli United denuncia le enormi difficoltà burocratiche che rischiano di trasformarsi in discriminazione razziale, incontrate per il tesseramento dei giovani nella squadra Juniores.

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di Nicolò Rondinelli

Nel 1991 “Millerntor Roar”, il foglio controinformativo dei supporters del FC St. Pauli, primo esperimento di redazione di una fanzine autoprodotta e politicamente attiva nel complesso universo del tifo calcistico tedesco, titolava: “Amburgo senza la Hafenstrasse è come la Bundesliga senza il St. Pauli”. Il connubio tra ciò che accadeva in strada e le vicende sportive del club era sempre più forte. In quel periodo le occupazioni delle case lungo il porto subivano una serie di attacchi sia dalla polizia che dai gruppi di estrema destra. E la resistenza attiva è sempre stata di casa a St. Pauli. Una scritta campeggia ancora oggi su uno di quegli edifici: Kein Mensch ist illegal, “Nessun uomo è illegale”. Sempre nella Hafenstrasse, sempre a St. Pauli; dove calcio, solidarietà e aggregazione assumono una valenza eminentemente politica.

Forte della sua storia ribelle, St. Pauli ha consolidato lo status di un modello di solidarietà non effimero o di facciata, ma concreto. Apportato dalla base sociale del suo quartiere, dei suoi tifosi, degli stessi apparati societari che in questi decenni hanno alternato un braccio di ferro costante con l’ethos politico dei supporters. Fino a diventarne emanazione, con gli stessi tifosi divenuti colonna portante dell’organizzazione del club. Bussola fondamentale di orientamento verso un nord costituito da linee guida di gestione che fanno di antifascismo, antirazzismo, radicamento sul territorio, accoglienza e solidarietà, i capisaldi di un modo di concepire il calcio, e lo sport tutto, a misura della gente. Dal basso, soprattutto.

Il calcio è politica”. Un’affermazione che in Germania acquisisce ormai un valore pienamente riconosciuto. Non solo nelle lande amburghesi di sponda bianco-marrone. La questione dei rifugiati ha infatti investito nelle ultime settimane anche e soprattutto il mondo del calcio europeo e tedesco in particolare. Sia a livello di club che di tifoserie, l’azione concreta di solidarietà attiva non si è fatta attendere. Dai pluricampioni del Bayern Monaco, che ha donato un milione di euro in supporto ai rifugiati in arrivo dall'Ungheria e ha in cantiere l’allestimento di un campo di allenamento per i migranti presenti in città, all’altra sponda cittadina del Monaco 1860, che tramite i suoi supporters ha provveduto ad acquistare e donare ai rifugiati più di 200 biglietti per le partite della loro squadra.

Il Borussia Dortmund e lo Schalke 04 hanno messo a disposizione centinaia di biglietti per i rifugiati, mentre il Bayer Leverkusen, il Werder Brema, l’Hannover, l’Hoffenheim e la Dynamo Dresda hanno avviato progetti di sostegno attraverso la donazione di beni di prima necessità. Così come il Babelsberg di Potsdam e l’HSV, l’altra compagine amburghese.

A St. Pauli il binomio calcio-politica traspare in maniera ancora più ridondante.
Parte tutto dalla strada, dal basso per l’appunto. “Ad Amburgo ogni giorno arrivano circa 300-400 rifugiati. Vengono radunati e registrati nei centri di accoglienza e successivamente inviati in accampamenti e case sparse per la città. Alcuni vengono convogliati anche nei vicini stati federali dello Schleswig Holstein e della Bassa Sassonia. Altri preferiscono proseguire verso i paesi scandinavi” afferma Hans, tifoso storico del FC St. Pauli e redattore della fanzine Kiezkieker.

Qui la risposta della comunità è antecedente a ogni eventuale azione istituzionale. “In quasi ogni distretto di Amburgo i residenti hanno organizzato gruppi di aiuto e supporto ai rifugiati.
In uno dei grandi padiglioni della città il governo cittadino ha istituito un centro di accoglienza per 1.200 rifugiati”. Proprio nel cuore del quartiere St. Pauli, a nord est della Heiligengeistfeld, l’area dello stadio Millerntor.

Il club, con la piattaforma “Kiezhelden”, che tramite il crowdfunding supporta decine di progetti sociali attivi, ha promosso a partire dallo scorso agosto l’iniziativa “Refugees Welcome” nel distretto cittadino di Karoviertel. Essa comprende 16 gruppi di lavoro che provvedono a raccogliere donazioni (vestiti, articoli per l'igiene, giocattoli per bambini, ecc.) e fondi, a organizzare eventi sportivi e di sensibilizzazione politica sulla situazione dei migranti, a garantire cibo e tutela medica, ad aiutare i rifugiati nelle pratiche burocratiche, dalla compilazione di moduli al coinvolgimento nelle proteste. Vi è inoltre un servizio di assistenza psicologica rivolto alle persone giunte in città, anche in un’accezione politica di critica al sistema amministrativo di accoglienza delle istituzioni.

Sempre Hans sostiene: “Le autorità cittadine paiono fare il possibile, ma sono più impegnate a reperire posti abitativi e nelle pratiche di registrazione delle persone arrivate. Certamente è meglio qui rispetto a come la questione viene gestita in altri paesi, vedasi l'Ungheria. Certo, senza l'aiuto diretto di migliaia di residenti del quartiere e della città la situazione sarebbe critica anche qui”.

Il FC St. Pauli, per mano del club e dei fans, svolge un ruolo attivo e rilevante per aiutare i rifugiati, in un fil rouge che da molti anni percorre la linea solidale della comunità del quartiere.
Nel 2013 grande è stata la risposta globale della comunità Sanktpauliana all’esodo di 300 migranti giunti da Lampedusa fino ad Amburgo; e così l’amichevole contro il Borussia Dortmund dello scorso 8 settembre al Millerntor, che si è disputata dietro il motto “Refugees Welcome”. 1.000 rifugiati e relativi volontari sono stati invitati sugli spalti, mentre tifosi e calciatori hanno esposto a più riprese alcuni striscioni. Ben 25,731 biglietti sono stati venduti, in un’atmosfera da grande partita per una causa più che attuale. Le parole dell’allenatore del FC St. Pauli, Ewald Lienen, uomo simbolo della rinascita sportiva ma anche politica dell’ultima stagione, al termine del match risuonano più esplicative che mai: “Non è sufficiente reggere uno striscione; bisogna agire anche nella vita quotidiana, soprattutto noi addetti ai lavori: giocatori, allenatori e dirigenti. Noi organizziamo spesso sedute di allenamento con i rifugiati. È nostro dovere dare loro il benvenuto qui, predisporre l’accoglienza e informare la gente”.

Anche prendere posizione netta contro un razzismo dannoso e schiavo di un passato di orrore.
La mobilitazione antifascista ad Amburgo dello scorso sabato 12 settembre contro la “Giornata del patriota”, indetta nello stesso giorno in città da un movimento trasversale di estrema destra, comprendente hooligans di vari club e gruppi anti-islamici come il famigerato PEGIDA, ha visto il FC St. Pauli in primissima fila. Il presidente Oke Göttlich alcuni giorni precedenti, in una conferenza stampa straordinaria, aveva invitato la gente della città e del quartiere a unirsi al corteo antifascista, dichiarando che il club stesso avrebbe appoggiato pienamente l’azione. Il co-allenatore della rappresentativa Under 23 ed ex idolo bianco-marrone Fabian Boll ha esortato i fans a non andare alla partita casalinga del sabato della Under 23 ma di prender parte alla dimostrazione, sostenendone l’importanza sociale e politica.

La lotta e la solidarietà a St. Pauli sono espressione concreta dell’anima del quartiere. Contro ogni speculazione. Come quella della campagna “Wir helfen” (“Noi Aiutiamo”), lanciata del quotidiano conservatore “Bild”, dalla DFL (la lega calcio tedesca) e dalla società logistica “Hermes”, sponsor della lega calcio. In occasione della 5° giornata di campionato della Bundesliga e della 7° della Zweite Liga, “Wir helfen” si è proposta infatti di comparire con relativo logo sulla manica delle divise dei 36 club delle due categorie professionistiche. Il responsabile del marketing del FC St. Pauli, Andreas Rettig, ha proclamato ufficialmente il boicottaggio della campagna da parte del club: “Il St. Pauli è sempre stato in prima fila nel supporto alle persone che sono fuggite dai loro paesi e sono giunte in Germania. La nostra partita contro il Borussia Dortmund, l’impegno privato dei nostri giocatori e dei nostri tifosi in una varietà di azioni e supporto per i rifugiati presenti ad Amburgo sono la prova. Quindi non vediamo la necessità per noi di partecipare alla campagna prevista per tutti i club della DFL, dal momento che la cultura dell'accoglienza per noi è un valore costitutivo da decenni. Forniremo aiuti concreti e diretti laddove ce ne sarà bisogno”. Il Bild pare non aver preso bene questa decisione. Tant’è, data la caratura conservatrice di quello che è uno dei tabloid più venduti in Europa e che avrebbe marciato sulla campagna “Wir helfen” ai fini commerciali. Quale parte per il FC St. Pauli in un carrozzone del genere? Nessuna, chiaramente.

A St. Pauli infatti ogni dettaglio è cruciale. Non serve pubblicità, non servono parate dimostrative in pompa magna. Ci sono il club, i suoi tifosi e la sua gente. In una comunità solidale, attiva e resistente. Che rimane, nonostante tutto, politica.

 

Di fronte al dramma dei migranti e dei rifugiati in fuga da guerre, povertà e persecuzioni, il calcio europeo non è rimasto indifferente. A partire dalla Germania, sono state molte le espressioni di solidarietà nei confronti di quelle persone, che stanno cercando di raggiungere una speranza di vita migliore all'interno dei paesi europei.

Raccolte fondi, esposizione di striscioni di benvenuto, organizzazione di amichevoli, raccolte di vestiti e scarpe e tante altre iniziative sono state promosse in Inghilterra, in Spagna, in Grecia e in Italia sia da parte dei club, sia da parte dei tifosi in solidarietà con i rifugiati.

Crediamo che il mondo dello sport e del calcio italiano possano dare un contributo importante per combattere le discriminazioni e lanciare un messaggio di solidarietà che riteniamo fondamentale in un momento delicato come questo.

Ci rivolgiamo a tutte le componenti del calcio italiano dalla Federazione Italiana Gioco Calcio, all'Associazione Italiana Calciatori passando per l'Associazione Italiana Allenatori di Calcio, la Lega Nazionale Dilettanti, le società sportive professionistiche e dilettantistiche e il Calcio Femminile per lanciare una proposta: entrare in campo a piedi scalzi nelle partite che si disputeranno in questo fine settimana.

Sarebbe un piccolo gesto, ma dal grande valore simbolico e dall’alto alto impatto comunicativo, che mostrerebbe la nostra vicinanza a chi ogni giorno mette in pericolo il proprio corpo e quello dei propri cari, alla ricerca della prospettiva di una vita degna.

Sport Alla Rovescia

“La famiglia del calcio ha una lunga tradizione di solidarietà e responsabilità sociale, perciò è impossibile chiudere i nostri occhi di fronte al dramma dei migranti e dei rifugiati che stanno provando ad entrare nel suolo europeo.”

Inizia così la lettera scritta da Jorge Nuno Pinto da Costa, presidente del club portoghese Porto Fc, in cui invita tutti i club europei partecipanti all'Europa League e alla Champion's League a donare 1 euro per ogni biglietto venduto nelle partite di queste due competizioni.

Anche dal mondo del calcio europeo cominciano ad arrivare segnali positivi di accoglienza e di solidarietà nei confronti dei migranti che in queste ultime settimane stanno affrontando lunghissimi viaggi a piedi, superando i confini e le barriere di Macedonia, Serbia e Ungheria.

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Si accendono le manifestazioni di razzismo in Australia, e c’entra lo sport di mezzo questa volta. Lo scorso 29 maggio si è giocata il rituale “Indigenous Round”: si tratta di un turno del campionato della Australian Football Association, la lega professionistica del football australiano, sport nazionale e maggiormente praticato nella terra dei canguri.

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Frimpong è un calciatore Ghanese che milita nell'Ufa, squadra del campionato russo. Fin qua non

c'è niente da stupirsi o rimanere perplessi.

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C’è un giocatore, il pugliese-argentino Leonardo Perez, in forza all’Ascoli, che ha deciso di diventare il nuovo Di Canio del calcio italiano. Non a livello calcistico, ma per fede fascista. Il biondino di Mesagne ha infatti deciso che ad ogni gol (per fortuna non molti) saluta i “suoi” tifosi con il saluto romano.

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"Per diventare un buon allenatore non bisogna essere stati, per forza, dei campioni; un fantino non ha mai fatto il... cavallo". Questa era l'ironica e vigorosa risposta che Arrigo Sacchi dava a chi capziosamente insinuava che un calciatore mediocre non avrebbe mai potuto diventare un mago della panchina.

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Di Mauro Valeri

L’ultima uscita di Arrigo Sacchi sembra confermare che, nell’ambiente calcistico “che conta”, al peggio non c’è limite. Due le stupidate dette dal Mister. La prima è la convinzione che “troppi” calciatori stranieri impegnati nei campionati italiani, finiscano per indebolire il “calcio italiano” e, in particolare, la Nazionale.

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