E’ una storia semplice quella di Semere ed Abrham, una storia semplice e profonda. Ed è una storia che contribuisce in maniera chiara a sfatare una delle opinioni più diffuse nella nostra società, errata e pregiudiziale: il luogo comune secondo il quale i migranti che approdano nel nostro paese, dopo aver lasciato tutto ed aver rischiato la propria vita in mare, lo fanno con una unica intenzione, quella di adagiarsi per sempre nella bambagia dell’assistenzialismo italiano.

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C’è stato il tempo del calcio uruguagio, il tempo del calcio italiano, il momento del calcio brasiliano e quello del calcio spagnolo. C’è stato però un periodo storico in cui a dominare era la “scuola danubiana”. A cavallo tra i due conflitti bellici mondiali, infatti, il miglior calcio lo si poteva trovare sulle sponde del bel Danubio blu (citazione d’obbligo per uno dei più noti valzer di tutti i tempi). Austria, Cecoslovacchia e Ungheria: tre nazionali capaci di raggiungere grandissimi traguardi sportivi prima che le bombe prendessero il sopravvento. Una su tutte però primeggiava: il Wunderteam, la nazionale di calcio dell’Austria, guidata in panchina dalla sagacia tattica di Hugo Meisl e trascinata in campo dall’estro della sua stella più grande: Matthias Sindelar. Ed è proprio del campione austriaco che parla questa storia, una storia di onore, orgoglio e libertà morale, di chi ha saputo opporsi ad una persona e ad un’idea che in quel periodo storico non ammettevano risposte contrarie alla loro volontà.

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«Ormai nel calcio non esistono più le bandiere». Alzi la mano chi non abbia pensato o espresso questa frase dopo l’ultimo acquisto shock della Juventus: Gonzalo Higuain. “El Pipita”, ex giocatore simbolo del Napoli, è però solo l’ultimo di una folta schiera di calciatori che hanno abbandonato la propria squadra per arrivare ai successi (e tante volte anche allo stipendio) desiderati. Francesco Totti è la classica eccezione che conferma la regola. Ormai, in un calcio tramutato da sport a business, l’appartenenza alla maglia è divenuta sempre più un concetto sbiadito e dal cattivo gusto retrò.

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Il roller derby é uno sport di contatto su pattini a rotelle; quelli che, per capirci, abbiamo usato
l´ultima volta da piccoli, nel cortile di casa, sbucciandoci le ginocchia.

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Domenica 8 novembre si è giocato il derby Roma-Lazio. Per chi è tifoso di una di queste due squadre, è LA partita dell'anno, la più attesa. Per tutti gli altri appassionati di pallone è una delle sfide più interessanti per l'atmosfera che le due tifoserie sanno creare.

Domenica scorsa l'atmosfera è stata surreale, perchè le due curve sono rimaste vuote per protesta. Per capirne le ragioni, abbiamo intervistato l'avvocato Lorenzo Contucci, da anni impegnato a difendere il mondo ultras dalle leggi repressive emanate da vari governi.

Da dove nasce la protesta delle due curve romane?

La protesta è il risultato di un processo iniziato diverso tempo fa. L'incipit parte da Galliani, che in una riunione dei gruppi di sicurezz dell'Osservatorio, ha avanzato la proposta di dividere i settori delle curve per renderli più sicuri. Il progetto pilota è Roma. Dall'inizio del campionato in sostanza lungo la scalinata centrale della curva si crea un cordone di steward che lascia libero il passaggio, ma di fatto divide in due il settore. Dopo di che è stato installato un vetro divisorio. Nonostante la stragrande maggioranza degli incidenti avvenga fuori dallo stadio, il pretesto utilizzato dal prefetto Gabrielli è mantenere la “safety” dentro al settore, essendone responsabile e quindi le scale e le vie di fuga devono essere lasciate libere. Come mai però non c'è questo stesso problema durante i concerti estivi all'Olimpico dove 50.000 persone si dispongono ovunque? Non c'è un problema di “safety” in questo caso?

Ma quale potrebbe essere la potenziale minaccia dentro il settore, se gli incidenti avvengono fuori dallo stadio?

Secondo il prefetto il problema è il sovraffollamento. In poche parole sostiene che ogni domenica in curva entrano 12.000 persone al posto dei 8.700 posti previsti dalla capienza. Siccome i cancelli aprono due ore prima, questo dato è falso, perchè se fosse vero, vorrebbe dire che ogni domenica ci sarebbero tra i 25 e 30 scavalcamenti dei cancelli al minuto. Ciò è impossibile.

La strategia sulla sicurezza dentro la curva prevede anche altri strumenti repressivi?

Sì, sono arrivate oltre un centinaio di multe da 168 euro per non osservanza del posto assegnato sul biglietto. Se non rispetti per due volte il posto stabilito nell'arco della stessa stagione può arrivarti un Daspo da 1 a 3 anni. La diffida non implica solo l'impossibilità di andare allo stadio, ma ha anche conseguenze sulla libertà personale e sul posto di lavoro. Ci sono state perquisizioni assurde ed invadenti all'ingresso dello stadio anche verso bambini. Si è arrivati a un limite non più sopportabile e da qui è scattata la protesta con la decisione di rimanere fuori dallo stadio durante le partite casalinghe. Se domenica al derby sono entrate solo 400 persone in curva e il resto è rimasto fuori vuol dire che non è solo la protesta dei gruppi organizzati. Se allo stadio non ci si diverte e non si può vivere la partita liberamente, chi me lo fa fare di andarci?

Qual è il reale obiettivo della divisione della curva? Perchè un provvedimento che ricade su tutti i frequentatori della curva, quando si potrebbe perseguire solo i responsabili di eventuali reati?

Partiamo dal presupposto che a Roma non c'è un clima di impunità generalizzata. La dimostrazione sono le centinaia di diffide, di denunce e multe che continuano ad arrivare ad esponenti delle curve. Il reale obiettivo è quello di disarticolare i gruppi organizzati, come è scritto nelle carte parlamentari dell'allora ministro dell'Interno Maroni. All'interno di una concezione turbocapitalista del calcio, lo spettatore deve essere un consumatore passivo. In un articolo uscito su “La Gazzetta dello Sport” c'è chiaramente scritto che l'obiettivo è che gli ultras non si abbonino, così possono essere sostituiti dai nuovi tifosi. In Inghilterra questo risultato è stato ottenuto principalmente con il carobiglietti, in Italia ci si sta provando con le leggi repressive.

Quali saranno le prossime iniziative di protesta?

Le forme della protesta le decidono chiaramente i gruppi organizzati. L'obiettivo è quello di conquistare spazi di libertà, perchè una curva è questo prima di tutto. La protesta sta avendo eco a livello internazionale, sicuramente continuerà, assumendo varie forme. Secondo il mio personale parere, i prossimi passi dovranno essere fatti in modo intelligente.

Ci sono state prese di posizione pubbliche a sostegno della protesta?

Sì, ma con ritardo. Dal mondo politico personalità politiche appartenenti all'opposizione cominciano a farsi sentire. A livello di As Roma, all'inizio c'era un veto, ma ora Florenzi e De Rossi hanno cominciato a prendere posizione. Voci critiche stanno arrivando anche da vertici del Coni e della Figc. Siccome è difficile che un prefetto torni indietro e ritiri i provvedimenti, sarà una lotta a lungo termine, ma sempre più persone si stanno accorgendo, come scrivevano recentemente su uno striscione gli ultras del Bayern Monaco, che il “calcio senza tifosi è nulla”. Il derby ne è stata una dimostrazione pratica.

La forza politica dell’associazionismo del FC Sankt Pauli e la sua internazionalità

Da Amburgo, Massimo Finizio

All’inizio furono gli inglesi. Dai college di Eton, Charterhouse, Harrow e Rugby, sulla spinta di filantropi e pedagogisti innovatori per l’epoca (inizio Ottocento) come sir Arnold, nacquero le prime forme di calcio giocato. Disordinato, aggressivo, senza troppe regole. Un peccato originale. Una mela morsicata che si sarebbe trasformata nel secolo e mezzo a venire in una passione popolare senza ritorno.
Ma gli inglesi non hanno inventato solo il calcio e il rugby. Hanno creato al loro interno anche un modo di esistere e convivere, le cosiddette “association”, che coinvolgono il mondo dello sport e della vita quotidiana, e la “membership” per farne parte. Un modo per coinvolgere le comunità e creare “social work” attorno a questo “peccato”, che era già all’epoca molto più di uno sport, nonché espressione della cultura di un quartiere, di una città, di un corpo sociale.

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Nella geografia del calcio popolare italiano, nato dal basso e con lintento di promuovere iniziative sociali, si inserisce a partire da questa nuova stagione anche lA.C. Morrone.

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Librino è un popoloso quartiere di 80.000 abitanti alla periferia ovest di Catania. Progettato dal famoso architetto giapponese Kenzo Tange negli anni Settanta, doveva diventare una zona residenziale di pregio, una specie di new town ricca di verde, ma le speculazioni edilizie negli anni Ottanta hanno fatto sorgere invece casermoni popolari, tra cui spicca il “Palazzo di Cemento”. Questa torre di cemento senza infissi viene paragonata alle vele di Scampia, essendo famosa per essere il centro criminale del quartiere, ma in realtà è anche il luogo da cui è partita dal basso un’esperienza di sport di cittadinanza: i Briganti Rugby Librino.

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Continua il viaggio di Sportallarovescia all'interno delle rivendicazioni del calcio femminile. Dopo l'intervista a Martina Rosucci, centrocampista del Brescia e della nazionale, oggi ne parliamo con Katia Serra, ex-calciatrice, ora responsabile del "Settore Calcio Femminile" dell'AIC (Associazione Italiana Calciatori).

Cosa è cambiato ad oggi da quanto è uscita pubblicamente la dichiarazione di Belloli "basta dare soldi a queste quattro lesbiche"?
L'ambiente del calcio femminile ha preso consapevolezza prima di tutto che non era più accettabile che Belloli fosse il presidente della Lega Nazionale Dilettanti. Ci sono state molte proteste e reazioni e bisogna sottolineare come il suo allontanamento fosse il nostro obiettivo primario, però solo da un punto di vista cronologico. In realtà il calcio femminile ha un bisogno fondamentale di darsi una propria struttura autonoma e centralizzata. Questo è il nostro vero obiettivo.
E' da evidenziare che la finale di Coppa Italia tra Brescia e Tavagnacco si è giocata, non principalmente perchè è stato allontanato Belloli, ma solamente perchè in una riunione in Federcalcio Damiano Tommasi  (Presidente dell'AIC) e Renzo Ulivieri (Presidente dell'AIAC) sono riusciti ad ottenere un'importante apertura ed impegno da parte di Tavecchio.

In cosa consiste questa apertura?
Il calcio femminile ha un problema strutturale, che va oltre le dichiarazioni di Belloli. La promessa di Tavecchio riguarda appunto un reale cambiamento della situazione.
La novità fondamentale rispetto agli anni passati è che le componenti tecniche (Aic e Aiac) e le tutte le società di calcio femminili hanno presentato un documento comune volto alla realizzazione di quanto promesso. Si tratta di un documento, che tiene conto dell'ordinamento federale, pensato per essere sistemico, fattibile, ma che ad oggi vede ancora delle resistenze all'interno della Federcalcio.
Il documento è ancora al vaglio degli uffici legali della Figc, noi ci siamo date come deadline  il 30 giugno, in modo tale che le promesse politiche possano diventare realtà già dalla prossima stagione. Se entro quella data non sarà cambiato nulla, ci saranno altre forme di proteste fino ad arrivare al blocco dei campionati.

Quali sono i punti cardine di questo documento?
Inanzitutto il riconoscimento dell'autonomia del calcio femminile con l'individuazione di poteri precisi e garanzie di risorse economiche – a partire dai contributi Uefa e Fifa – per creare un sistema di coordinamento centralizzato dell'attività che poi si ramifichi a livello territoriale. Attualmente il nostro mondo è frammentato, mancano delle linee guida progettuali comuni. Questa situazione è anche la conseguenza di una scelta federale del 20 giugno 2011 che ha declassato il calcio femminile da divisione a dipartimento, facendogli perdere quella minima autonomia economica e decisionale, che prima aveva. Questa decisione vide l'opposizione solamente delle componenti tecniche, mentre le società femminili allora votarono a favore ignare delle negative conseguenze. La nostra lotta è partita ormai da tanti anni, molto prima delle dichiarazioni di Belloli. Essere riusciti a mettere d'accordo e unire club e componenti tecniche è il primo risultato importante ottenuto.
La nostra richiesta di autonomia non significa separazione o isolamento dal resto del mondo del calcio, riteniamo fondamentale e imprescindibile il coinvolgimento di quello maschile per lo sviluppo di quello femminile. In merito, alcuni piccoli importanti passi sono stati conquistati nelle ultime settimane: l'obbligo federale per i club professionisti maschili di serie A e B di tesserare 20 bambine under 12 e la deroga, o per l'acquisizione del titolo sportivo delle società femminili o l'acquisizione di quote di partecipazione delle stesse per creare 
delle sinergie in campo promozionale.

Altro tema legato allo sport femminile è quello del passaggio al professionismo. Attualmente tutte le atlete sono considerate dilettanti. E' anche questa una rivendicazione del calcio femminile?
Sì, anche se per il calcio femminile al momento è un obiettivo importante, ma successivo. Prima abbiamo bisogno di una riforma strutturale del sistema. Una volta ottenuta, allora possiamo parlare di professionismo. Per altre discipline sportive, invece i tempi sono maturi e questa rivendicazione è attuale. Ciò permetterebbe alle donne di rendere il loro essere atlete un'attività lavorativa. Questo è fondamentale per ottenere maggiori garanzie come il pagamento di contributi previdenziali e maggiori tutele assicurative. Altro aspetto fondamentale è che il passaggio al professionismo garantirebbe il diritto alla maternità, aspetto ora non previsto per le donne sportive. In altri paesi europei, invece ciò è già realtà. Purtroppo in Italia abbiamo una legge sul professionismo sportivo del 1981 che oramai è obsoleta, perché non tiene conto dei cambiamenti della nostra società. Il numero di donne che praticano sport è aumentato esponenzialmente rispetto a 30 anni fa, gli ottimi risultati che le donne ottengono vincendo titoli e medaglie olimpiche meritano garanzie maggiori.

Ci sono squadre che spariscono per eccesso di debiti e squadre che spariscono per assenza di tifosi.

Questo è il caso del Real Vicenza, squadra arrivata settima nel girone A di Lega Pro. Nel girone d'andata è stata a lungo nelle primissime posizioni in lotta per la promozione in serie B: non male per una società nata solo cinque anni fa e partita dall'Eccellenza!

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La Reyer Venezia e' in semifinale playoffs,e questo e' un dato di fatto.
Un risultato inequivocabile,storico ed entusiasmante. E' stato costruito soprattutto grazie al "fattore campo", grazie a cui questa società, "custode" di oltre 140 anni di storia, ha conseguito questo traguardo in una partita dove probabilmente l'aspetto tecnico non avrebbe inciso piu'di tanto o comunque in maniera marginale rispetto alla bagarre e alla (legittima) pressione infernale, scatenatasi all' interno dell impianto di via Cavergnago per merito della bolgia del pubblico di casa.
Perche',diciamolo,lo sport e'soprattutto dei tifosi,degli ultra'(quelli veri),di chi ci mette la passione,di chi crede veramente nei sani principi sportivi, ma vuole comunque vincere, difendendo di conseguenza il proprio "territorio" e rendendolo un fortino inespugnabile e impraticabile all'avversario. Così deve essere e deve succedere in ogni citta' che creda alle proprie realta' sportive e persegua il successo nei risultati,dalla serie A al c.s.i.
Ed e' questo il ruolo dei tifosi,dei coordinatori del tifo e delle curve.
Ma i ruoli non vanno mescolati o confusi,mai.


Non accettiamo quindi, che vengano impartite lezioni di stile e correttezza da chi, scordandosi anche dell' attuale doppio ruolo politico istituzionale/sportivo di cui e' investito, si improvvisa capo ultra',molto piu violento e facinoroso dei presunti tali,inneggiando egli stesso alla bolgia e all' attacco al'avversario e agli arbitri,dimenandosi come un indemoniato,salvo poi emettere comunicati di "stigmatizzazione" nei confronti della condotta di alcuni "pseudo tifosi".
Il candidato sindaco Luigi Brugnaro o soffre di schizofrenia bipolare o si dimentica spesso le cose.
Si dimentica ,ad esempio,di avere prodotto  una "Carta dei valori Reyer" (edita successivamente ad una querelle con i tifosi riguardo a dei cori "campanilistici" verso la tifoseria di treviso,a lui sgraditi), dove si fa appello "ad un tifo senza provocazioni,offese e discriminazioni".
Si dimentica di aver ricevuto (in occasione dell 'ultima partita) una multa e un'inibizione  esattamente uguale a quella comminata al pubblico dell'intero palasport (3500 persone!), salvo poi prenderne le distanze determinando chi siano i "buoni e i cattivi".
Si dimentica del doppio ruolo che lo vuole anche candidato sindaco della citta di Venezia parlando costantemente  di "lavoro,giovani,impresa", quando proprio tanti giovani atleti (e non) sono scappati dalla gabbia di sfruttamento, a cui il vaporoso mondo delle sue societa' aveva loro imposto senza scelta e in silenzio.
Così, in un escalation di riduzione del tutto a "boutades "e goliardia (con buona pace di una grossa fetta dei media nazionali e locali) a tre giorni dalla parcondicio, il candidato Luigi Brugnaro non riesce a mascherare il suo vero essere incontrollato, spregiudicato e incoerente,ma che purtroppo influenza non poco anche la libertà di scelta, di opinione e di stampa di addetti ai lavori, esterni o interni.


Per chi lo accetta sportivamente parlando,non possiamo piu' dire granche'. L' estremo imborghesimento del pubblico baskettaro locale, dovuto soltanto ai risultati conseguiti(non sempre sul campo e senza avere  positive progettualita'), lo ha reso falsamente salvatore della patria. Si e' sempre cercato di trovare un compromesso alle sue parole,nonostante le sue posizioni siano sempre state nettamente e dichiaratamente prevaricanti nei confronti della tifoseria, disprezzata e ciò nonostante indifferente alle uscite "vulcaniche" del padrone.

Tuttavia una consapevolezza e un'indignazione per la possibile sconveniente presenza di personaggi del genere alla guida del nostro territorio,deve essere diffusa e condivisa. Crediamo che un animale da palazzetto del genere non possa che comunicare esattamente il contrario di quello che si può volere da un governante della nostra citta',perlomeno perche' fotografa  l'opposto di quello che egli ha candidamente professato nella sua campagna elettorale:il rispetto dell'avversario, con cui il presidente si e' sempre sciacquato la bocca in campagna elettorale, e' andato letteralmente a farsi benedire.

L'ipotesi di un "Cetto laqualunque" (personaggio di fantasia cinematogragica,ma purtroppo corrispondente spesso alla realta' dei fatti) alla guida della nostra citta' ci inquieta,ma allo stesso tempo ci dice che la nostra direzione ostinata e  contraria non ha bisogno di legittimazioni. Crediamo che lo sport sia uno dei modi in cui una societa' civile si esprime,ma altrettanto crediamo che quello sano NON sia quello proposto ne' da Luigi Brugnaro,ne' dai suoi asserviti.
Non ci possono essere due pesi e due misure, dove l'atleta scorretto prende due giornate di squalifica e il presidente "irrequieto" paga la cauzione, pulendosi la coscienza.


Abbiamo avuto troppi esempi di chi ha usato lo sport per avallare la propria carriera politica,usandolo in maniera demagogica.
Fortunatamente l' esperienza ci ha creato gli anticorpi necessari a questo tipo di situazioni,per cui tali personaggi li sapremo combattere sempre,sia nello sport che nella vita.

CRABS VENEZIA-PALLACANESTRO ANTIRAZZISTA

"Pugni e Socialismo. Storia popolare della boxe a Cubana"

di Giuni Ligabue e Chiara Gregoris

libro + dvd "Gancho Swing" per Red Star Press

 

 

Dopo quasi cento anni di lotte Cuba è finalmente libera, è il gennaio del 1959 e la Rivoluzione trionfa. Non si tratta soltanto di una vittoria politica e militare, bensì di una vittoria sociale. Cento anni di lotte hanno forgiato un popolo dignitoso e fiero, compatto e determinato. Dal 1959 ad oggi Cuba si ritrova a rimbalzare tra la soddisfazione per i traguardi raggiunti dalla Rivoluzione e le persecuzioni e gli attacchi dei governi dei cugini del nord, gli Stati Uniti d'America. Embargo, attentati terroristici, invasioni, assedio e umiliazioni e ­con la caduta dei regimi socialisti negli anni '90­ il doppio blocco e il difficile periodo especial. Cuba è isolata dal mondo così come le stampe occidentali si affrettano a demonizzare la Rivoluzione in dittatura e a nascondere accuratamente i successi della politica sociale rivoluzionaria. Ma c'è una cosa che difficilmente potrà essere occultata agli occhi del mondo. Si tratta dei trionfi sportivi, uno su tutti il dominio pugilistico olimpico.

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